mercoledì 11 settembre 2013

I Torlonia: storia della terza dinastia ducale di Bracciano

"Le jour où don Marino fut contraint de sortir de son vieux donjou, il pleura comme Bloabdil chassé de Grenade"
"Il giorno in cui don Marino fu costretto ad abbandonare la sua vecchia fortezza, urlava come Bloabdil quando fu scacciato da Granada"
Con queste parole la poetessa Louise Colet descriveva, un po' canzonatoria, il dispiacere mostrato dall'amico don Marino Torlonia, signore di Bracciano dal 1829, quando dovette restituire il ducato agli Odescalchi (1847).
Il padre di Marino, Giovanni Raimondo, infatti, aveva acquistato il feudo braccianese da Livio II Odescalchi (1803) con la clausola, come si usava allora,  dello ius redimenti, ovvero il diritto, da parte del venditore e dei suoi eredi, di poter riacquistare il bene alienato entro un periodo di tempo stabilito nel contratto, che nel caso specifico fu fissato in 50 anni (in genere erano 40).
Stemma della famiglia Torlonia
Il capostipite della famiglia è Marino Torlonia, figlio di Antoine Tourlonias e padre di Giovanni Raimondo. Oriundo del massiccio dell'Auvergne, nel 1750 si trasferisce a Roma, dove si dedica al commercio dei tessuti. Nel 1782 ha già accumulato capitali bastanti per aprire un Banco di cambio. Dopo la morte di Marino (1782) l'impresa di famiglia passa a Giovanni Raimondo che, con grande fiuto per gli affari, apertura verso il nuovo, e la giusta dose di spericolatezza politica, le farà compiere il salto di qualità: nel 1810 il patrimonio del Torlonia figura tra i maggiori di Roma. Emblematica è la testimonianza di Stendhal che, dopo averlo conosciuto, scriverà che Monsieur Torlonia "est le banquier de tous les Anglais qui viennent à Rome".
Durante il periodo napoleonico il Torlonia, inseguendo il denaro e gli interessi francesi,  arrivò allo scontro dichiarato con il cardinale Consalvi. Più tardi, nelle sue memorie, il cardinale avrebbe confidato delle "rubberie immense" del "gran Finanziere Romano" che lo "odiava a morte".
Dai suoi pari era visto come un nouveau riche, un "banquier de jour et duc de Bracciano la nuit", secondo la definizione scherzosa della nipote di Madame Récamier. Senza dubbio la sua estrazione era borghese, ma era un borghese che cammina spedito sulla via della nobilitazione: nell'arco di un ventennio diventa marchese di Romavecchia (1827), duca di Bracciano (1803), principe di Civitella Cesi (1813) e duca di Poli e Guadagnolo (1820).
Alla morte di Giovanni il feudo di Bracciano, compreso nella primogenitura, passa al figlio Marino, assieme al ducato di Poli e Guadagnolo, mentre il feudo di Civitella Cesi (con il titolo di principe) va ad Alessandro, il quale, per aver dimostrato una "spiccata meravigliosa attitudine per tale gestione", eredita anche il Banco Torlonia.
La breve stagione dei Torlonia  a Bracciano ha lasciato poche impronte di sé: la più importante, fino alla costruzione dell'acquedotto moderno, è stata il diritto all'uso in perpetuo dell'acqua della fontana posta nella piazza del Municipio, che il primo Odescalchi aveva concesso in uso precario. Oggi la traccia più visibile è l'epigrafe posta da Marino Torlonia sopra il portone della chiesa della Visitazione nel 1832, in occasione dei lavori di monumentalizzazione della facciata.

Lapide posta sopra il portone della chiesa della Visitazione
L'epigrafe è interessante perché adotta la forma latinizzata di "Bracciano" utilizzata nei documenti ufficiali dello Stato della Chiesa nei sec. XVIII e XIX: Barcennium (che, tra le tante storpiature occorse nel tempo a "Brachianum", è la più audace).